venerdì 1 aprile 2011

Ki e Amore

Alcune lezioni fa, durante il Kinorenma Francesco ha detto: “…provate a trasmettere al compagno il vostro Ki con amore…”


…Ki e Amore…sono due concetti che confondo… …avevo già chiesto al maestro se il Ki fosse Amore, ricevendo risposta negativa…


…ma i due concetti mi si continuano ad intrecciare…


…provo così a delineare il concetto di amore, forse più semplice rispetto a quello di Ki , per cercare di individuare quella che è la base dell’Amore, al di là di tutte declinazioni specifiche che esso può avere, riportando gli stralci di alcune cose che ho letto o che ho sentito da antropologi, medici, veterinari, etologi e psicologi di questo secolo e dei secoli passati e che penso possano essere esplicativi …



  • “…Conosciamo infatti alcuni casi di bambini che, per tristissime e diverse circostanze, spesero gli anni in cui normalmente s’impara il linguaggio, ed in cui si creano i rapporti sociali (in cui si diventa, in realtà, membri effettivi della nostra specie), in isolamento. Questi bambini non parlano, hanno un grande timore degli esseri umani, e si comportano come se la loro intelligenza fosse spenta. Ebbene, questi bambini con molto affetto, con molta pazienza e sapienza, possono essere recuperati…“ – “… Ma il caso dei ragazzi allevati in un ambiente sociale animale è diverso…Essi hanno avuto una mamma gazzella, o lupa, o scimmia, hanno avuto fratelli, amici, nemici. Così si sono integrati. La loro innata capacità d’imitazione li ha fatti incredibilmente aderire a modi di vita che a noi sembrano totalmente estranei. Perciò, a mio parere, è così difficile il loro recupero. Perché non hanno sofferto il vuoto della solitudine, dell’abbandono. Perché, quando catturati, allora sì che si sentono in trappola…” *

  • “Ha sempre la stessa passione per la campagna, prova la stessa estasi alla vista di un bel chiaro di luna, di un campo coperto di neve; il sibilo di un vento tempestoso suscita in lui gli stessi trasporti... » « Una passione ancora non del tutto spenta, che una bella sera estiva basta a riaccendere, o la vista di un bosco denso di ombre... » (Lettres à Monsieur de Talleyrand, 1806). Per non contare la sua gioia contemplativa davanti a una fiamma, « un raggio di luce che danza »; il piacere di gustare lentamente, a goccia a goccia, l’acqua...” *

  • Un veterinario mi ha raccontato che aveva due cani, madre e figlio…il figlio morì per malattia e la madre, dopo la sua morte, pur essendo in perfetta salute morì nel giro di due giorni…

  • “Walter J. Freeman, professore di neuroscienze a Berkeley, fu il primo a stabilire un legame tra l’amore e un massiccio disapprendimento. Freeman mise insieme un certo numero di fatti biologici a supporto della tesi secondo cui si verifica una massiccia riorganizzazione neuronale in due fasi della vita: quando ci innamoriamo, e quando iniziamo a crescere i nostri figli. Freeman sostiene che una notevole riorganizzazione plastica del cervello — ben più estesa che nel normale apprendimento o disapprendimento — diventa possibile grazie ai neuromodulatori....Freeman pensa che, quando ci innamoriamo, venga rilasciato un neuromodularore cerebrale, l‘ossitocina, permettendo alle connessioni neuronaJi esistenti di sciogliersi completamente, così da produrre cambiamenti su larga scala…Il disapprendimento è essenziale quando passiamo da uno stadio dello sviluppo a quello successivo. ..Quando ci impegniamo in una relazione, dobbiamo cambiare radicalmente i nostri obiettivi attuali e spesso egoistici, oltre a modificare tutti gli altri legami, allo scopo di integrare l’altra persona nella nostra vita. La vita ora implica una costante collaborazione e richiede una riorganizzazione dei centri cerebrali che gestiscono le emozioni, la sessualità e il sé.” *

La cosa che sembra accomunare tutte queste esperienze è una forma profonda di comunicazione, che va molto al di là delle parole e forse anche al di là di ciò che generalmente fa parte del mondo del sensibile e che non coinvolge solo gli esseri umani, ma che li unisce con il mondo animale, quello vegetale e quello dei fenomeni naturali… leggere quello che abbiamo di fronte e instaurarci un "dialogo"…anche se si tratta del vento o dell’elettricità atmosferica…


Ogni rapporto che normalmente definiamo come affettivo include in sé queste caratteristiche: la capacità e la necessità di metterci in comunicazione in uno scambio costante con ciò che ci circonda.


Se questo non avviene non c’è vita, un essere vivente rimane chiuso nel proprio potenziale (come nell’autismo ambientale) o addirittura non riesce a sopravvivere (come nell’empatia tra due esseri viventi, la sopravvivenza di uno è collegata con quella dell’altro).


La comunicazione (l’amore) ci plasma psicologicamente e fisicamente, costruendo e distruggendo in maniera continua il nostro io…e quello che siamo altro non è che la nostra chiave di lettura del mondo, influenza quello che riusciamo a percepire, comprendere, interpretare, costruire e distruggere al di fuori di noi stessi.


L’amore ci porta ad inglobare in noi ciò che è fuori di noi e a fonderci con esso, a farlo proprio e a divenirne intimamente parte...


…detto “in termini fisici”, il nostro stato di moto, sia quello interiore, che quello esteriore sono legati all’amore (cioè alla capacità di interscambio con il tutto) a noi associato, anche nelle cose più semplici…insomma, amore è anche ciò che ci fa alzare la mattina dal letto e ci fa aprire gli occhi...:)


Vivere = Amore = presa di Coscienza e Comunicazione profonda con se stessi e il resto del mondo


A questo punto mi chiedo, cosa è il Ki?


Che rapporto c’è tra il Ki e l’Amore? Sono veramente due concetti tanto lontani?


* Varie di AA.VV. da prefazione e citazioni riportate ne “Il ragazzo gazzella” di J.C. Armen


“Il cervello infinito” di N. Doidge

venerdì 18 marzo 2011

Due iniziative congiunte e importanti per il Giappone

AIKIDO PER IL GIAPPONE
www.facebook.com/event.php?eid=195472303819831

DONAZIONI A CROCE ROSSA GIAPPONESE
www.google.com/crisisresponse/japanquake2011.html

Prove tecniche di overtone

Alla fine dell'allenamento mensile di armi abbiamo pensato di inserire una mezz'ora di overtone finale, di seguito il link alle foto del primo tentativo

Foto Overtone

P.S.
Nella stanzetta dell'Atletico non si può dire che manchi l'effetto "grotta"

giovedì 17 marzo 2011

Roma - esami 13 marzo 2011

…belli…
…e impegnativi…

…il maestro Anzellotti alla fine ha detto che l’esame è un momento dedicato alla tecnica, che riassume i mesi o gli anni in cui si è preparato l’esame, ma anche che deve essere un momento per farsi conoscere …e così…non si può pensare né di farsi conoscere, da parte dell’allievo, né di giudicare, da parte del maestro, in pochi minuti, l’esame per forza deve avere una certa durata…

…è poi intervenuto spesso per sorreggere gli allievi “spiritualmente” come per smorzare la fatica…quasi a dire (io almeno l’ho sentita così…): lo so che è pesante e che vi sembra di essere al limite, ma l’esame lo stiamo facendo insieme…

sabato 5 marzo 2011

A Bari, allo Shin Bu Dojo

La scorsa settimana sono scesa a Bari per seguire un corso per il lavoro e così, un po’ per caso, un po’ no, ospitata dal gruppo dello Shin Bu dojo, mi sono ritrovata anche a praticare aikido; la domenica, nel seminario del maestro Giangrande e poi in alcune lezioni.
Non posso descrivere per bene i fatti perché, in parte, sono stata in uno stato semi comatoso in maniera quasi continua (motivo per cui temo di aver perso diversi aspetti delle cose che ho fatto) in parte, perché non è sempre facile descrivere qualcosa anche se lo si è vissuto…mi limito così a riportare alcuni aspetti, alcune sensazioni avute durante la pratica.

Sono arrivata a Bari la domenica mattina alle 6:30 dopo una notte quasi insonne passata in treno; dopo aver trovato l’albergo, Lara mi è venuta a prendere e siamo andate al dojo dove c’era del seminario tenuto dal m. Dionino Giangrande…

…non conoscevo il maestro Giangrande se non per averlo visto qualche volta sul tatami ad alcuni stage diretti però da altri maestri…
…è stata una lezione bella, dove si sono integrate assieme la pratica e momenti di riflessione, in maniera leggera e profonda. In un ambiente sereno con una concentrazione non seriosa…il maestro ha sempre parlato a voce alta, ben comprensibile, energica e anche allegra per spiegare e incitarci durante la pratica… in maniera gentile…
…la voce che ha unito, coinvolto e trascinato nel movimento tutti i partecipanti …e che ha lasciato la voglia di praticare, subito, di voler continuare…
…così, approfittando dell’ospitalità offertami, il lunedì e il martedì successivi sono tornata al dojo ad allenarmi …
Solo una cosa…un aspetto che mi è rimasto impresso e che manca nella nostra pratica a Perugia: alla fine dell’allenamento, dopo il saluto finale, tutti ringraziano singolarmente quelli con cui hanno praticato nella serata…
…insomma, un po’ come riassumere la serata rispetto a tutti quelli che ti hanno aiutato a praticare...cioè...rendere palese che praticare con qualcuno è qualcosa in più dell'"usare" (anche se in senso amichevole e costruttivo per entrambi) la persona che hai di fronte…un tipo di saluto che supera completamente ogni formalismo e che ti "costringe a rimanere più concentrato" durante la pratica...ti devi ricordare le persone con cui ti sei allenato, e queste persone poi ti ringraziano…quindi mentre ci lavori insieme, devi proprio cercare di fare il meglio che puoi...
…lo so, in teoria queste cose dovrebbero esserci sempre e comunque tutte, ma…
…è come quando pensi qualcosa di qualcuno e poi non gliela dici, non ci parli: due persone per mettersi in comunicazione devono usare un mezzo comune e comprensibile ad entrambi per trasmettere un pensiero...spesso il pensiero da solo non è sufficiente…tra pensare di essere grati verso chi ci ha aiutato nella pratica e dirglielo c’è differenza...
… la lezione è finita, il saluto finale a O Sensei e con il maestro è stato fatto...eppure si rimane ancora qualche attimo, immersi ancora in quello che è stato…

Che altro aggiungere, nell’insieme è stata una settimana piena…
…giovedì sera, con la “bora” che tirava, assieme Lara e Roberto c’è stata la “serata panzerotti”…una bella sera in una Bari vista da un altro punto di vista :).

Grazie maestro Ruta per la disponibilità ad accogliere e ad ascoltare, grazie Lara per l’amicizia e l’organizzazione.
Un saluto a tutti quelli con cui ho praticato.
Vi aspettiamo a Perugia, veniteci a trovare!

lunedì 17 gennaio 2011

Stage 15 - 16 gennaio

Questo fine settimana, ospitato presso il dojo Bushido di Roma, si è svolto uno stage tenuto dal M° Carlo Raineri, VI Dan e membro della direzione didattica dell'Aikikai d'Italia.
Non voglio parlare delle tecniche spiegate in questi due giorni, ma dell'impostazione generale della pratica; con ciò intendo l'attenzione posta su due elementi in particolare:

1) praticare ogni tecnica come se stessi entrando dritto su di una linea parallela all'attacco, per tagliare con la spada

2) "anticipare" a tal punto uke da non farlo attaccare, ma portarlo ad effettuare un movimento favorevole alla tecnica che sto eseguendo.

Come spesso accade è difficile descrivere la pratica, ma essenzialmente ciò che questi punti mirano ad evidenziare sono concetti che il nostro maestro ci ha ripetuto innumerevoli volte e cioè che la parte più importante di ogni tecnica è quella iniziale in cui ci si sposta dalla linea d'attacco e che ciò deve avvenire mentre si è GIA' in movimento (è il movimento di tori che "invita" uke ad attaccare).

giovedì 16 dicembre 2010

Aikido e forma

Come persona ignorante le arti marziali ho una mezza considerazione – mezza domanda da fare…

…ultimamente è capitato di parlare e di sentir parlare di forma e di mitizzazione nell’aikido…e da qui mi sono venuti in mente un po’ di pensieri…

…ora, nell’aikido non dovrebbero esserci kata, giusto?!? Quindi in teoria troppi discorsi di forma, non dovrebbero neanche nascere…

Solo una volta mi è capitato di assistere ad un kata, ad un “allenamento” di un’altra arte marziale e sono rimasta “sconvolta” da quanto, un atto “puramente formale”, nei pochi gesti ripetuti per ore e nel silenzio, fosse denso di significato e pienamente concreto…cioè si sentiva molto bene quanto il kata fosse quasi una scusa, e che in quello che assistevo la forma diventava in realtà irrilevante…

…un po’ come dire che alla posizione seduta nello zazen, che di fatto è ritualizzata (cioè, nn è che una volta ci si siede, un’altra ci si rotola per terra, etc…), e che quindi è una sorta di “kata” nel senso che si ripete “sempre uguale a se stesso”, non è consequenziale che la nostra coscienza, la nostra mente, la nostra reattività debbano essere legate al puro gesto di come ci si siede…cioè lo zazen non si esaurisce con il gesto dello stare seduti e non incatena la mente in nessuna posizione, giusto?!?

…allora in realtà il kata, forse, non esiste mai e basta, se non come modo di comunicare ad un qualcuno il mio stato nel momento in cui sono osservato dall’esterno…la forma come il cartello “attenti al cane ” per chi non sa e passa…l’arte marziale è sempre e in qualsiasi caso al di là della forma…indipendentemente dal nome della mia via (aikido o altro)…

…che poi ci si fissi con la forma e si scambi la pratica del kata con la pratica dell’arte marziale, questo probabilmente può accadere anche in aikido?!?