martedì 18 ottobre 2011
Allenamento con Thierry 19 e 21 Ottobre
P.S.
ecco il link alle foto dell'ultima lezione tenuta da Thierry all'Atletico Sport Club Mu Gen Thierry
sabato 10 settembre 2011
Keiran Ichimei Fuuran
Credo però che non tutti, me compresa, hanno un’idea chiara, completa e realistica di cosa fosse e di cosa è realmente il Giappone e la sua storia, la cultura e la vita dei samurai a cui molte arti marziali fanno capo.
Ma poi capita così, quasi per caso, andando in giro per mercatini con le amiche, che si viene a sapere qualche notizia a riguardo, forse già sentita di sfuggita, ma mai approfondita prima.
In una mattina assolata di fine maggio, alla mostra mercato delle piante rare, ai giardini del Frontone a Perugia, spunta dal banco di un produttore di orchidee* una piccola orchidea non ancora fiorita; chiedendo informazioni ci viene detto che si tratta di una Neofinetia Falcata, conosciuta in terra d’origine come Keiran Ichimei Fuuran (o Fukiran), l’Orchidea del Vento (o Orchidea Prospera e Preziosa), o meglio nota in Italia come l’Orchidea dei Samurai.
Il nome "orchidea dei samurai" sprona a cercare ulteriori notizie:
**“Neofinetia falcata, un’orchidea di piccole dimensioni e di grande bellezza. Per la sensibilità occidentale non è altro che una delle tante varietà di orchidea in commercio, facilmente reperibile, dal costo contenuto, ma nella terra del Sol Levante era ed è tutt’ora un simbolo. L’undicesimo Shogun, Ienari Tokugawa, che ha retto le sorti del Giappone dal 1773 al 1837, ha amato questa pianta tanto da collezionarne duecento esemplari. La coltivazione di questa orchidea era permessa solo nelle case dei samurai, i feudatari portavano i loro “gioielli verdi” negli spostamenti periodici verso Edo, l’odierna Tokyo, questo ben spiega il soprannome di “Orchidea dei samurai”.
Come mai una casta guerriera trovò tanto interesse per un’orchidea? Fu sicuramente la forma del fiore, una forma ben nota ai samurai che simboleggiava il Kabuto, il loro elmo da guerra. Tanto era importante la buona coltivazione di questa orchidea, che assumeva valore simbolico anche la piantumazione nel vaso, se ben eseguita rappresentava il coraggio e la corretta formazione del bushi…La Fuuran fiorisce in estate, il fiore è di colore bianco, profuma intensamente di sera ed è dotato di un lungo sperone, circa 4-6 centimetri nella specie N. falcata... La lunghezza dello sperone è proporzionata alle caratteristiche dell’insetto impollinatore, una farfalla notturna.
Solo con il periodo Meiji, 1868 – 1912, la coltivazione di questa orchidea si è per così dire “liberalizzata” ed ha potuto svincolarsi dall’influenza dei samurai. Solamente all’inizio del ventesimo secolo, per l’appunto, le Fuuran poterono essere possedute e coltivate da chiunque.”
…cosa interessante: a Perugia l’ho trovata a vendere su corteccia e non in vaso…insomma facilmente trasportabile, un’orchidea adatta ad un ronin…
Per quel che riguarda la simbologia non lo so…per ora non sono riuscita a trovare grandi cose per quella orientale.
In occidente l’orchidea ha un corollario mitologico facilmente reperibile quanto vario.
Riportando solo qualche notizia sull'origine del nome italiano Orchidea, possiamo dire che questo deriva dal greco orchis, che significa testicoli, dalla forma del rizoma (bulbotubero) di alcune specie di orchidee.
Ma Orchis era anche un giovinetto bellissimo, figlio di una ninfa e di un satiro, che crescendo sviluppò oltre ai caratteri sessuali maschili, sembianze femminili. Tale duplicità, fisica e caratteriale lo portò ad essere allontanato da tutti. Fu così, che un giorno, disperato, si gettò da una rupe e sul prato dove morì iniziarono a nascere dei fiori, poi chiamati orchidee (questa è solo una delle varianti esistenti del mito).
Nel corso dei secoli le orchidee vennero usate come rimedio per diversi mali, compresa l’infertilità, e ancora oggi le vengono riconosciute proprietà emollienti, antinfiammatorie ed antispasmodiche.
Insomma, questi fiori, molto belli, quanto comuni, sono entrati a far parte della vita dell’uomo d’oriente e d’occidente da secoli se non da millenni, per tanti motivi e in tanti contesti diversi. Riguardo alla Neofinetia Falcata ho letto da qualche parte che la sua coltivazione continua in Giappone con la stessa dedizione e importanza che viene data ai bonsai…ma magari questo sarebbe meglio appurarlo con qualche giapponese….
* produttore, non venditore, uno che alla moltiplicazione vegetativa preferisce la riproduzione sessuale, impollinando le orchidee per sostituirsi agli insetti impollinatori mancanti nel nostro paese, raccogliendo i semi e seminandoli, cercando di custodire un grande patrimonio genetico che comprende anche orchidee microscopiche e non solo le comunissime, per quanto allegre Phalaenopsis
** dal sito www.orchids.it
martedì 23 agosto 2011
Inizio lezioni
Giorni ed orari invariati: lunedì mercoledì e venerdì dalle 20.15 alle 22.00.
Ci vediamo sul tatami!
domenica 17 luglio 2011
Non videro nulla perché non guardavano nulla. Non sanno come guardare
Ho letto ieri un proverbio senegalese riportato da un gruppo su fb: "E' cieco chi guarda con gli occhi soltanto."
…e ancora: ”Il fatto che le culture differiscano nelle modalità percettive non dimostra che qualunque atto percettivo sia buono o che «tutto è relativo» alla percezione. Chiaramente alcuni contesti richiedono una prospettiva più ristretta, altri una percezione più ampia, olistica. I nomadi del mare sono sopravvissuti grazie a una combinazione della loro esperienza del mare e della percezione olistica. I membri di queste tribù sono in tale sintonia con il comportamento del mare che, quando lo tsunami del 26 dicembre 2004 colpì l’oceano Indiano, uccidendo milioni di persone, si salvarono tutti. Videro che il mare aveva iniziato a ritirarsi, e che l’onda di riflusso era seguita da un’altra onda insolitamente piccola; videro i delfini nuotare verso acque più profonde, mentre gli elefanti fuggivano disordinatamente verso le alture e le cicale smettevano di cantare. I nomadi del mare iniziarono a raccontarsi l’un l’altro l’antica leggenda dell’« onda che inghiotte le persone»: l’onda era tornata. Molto prima che la scienza moderna capisse cosa stava succedendo, i nomadi avevano già abbandonato il mare alla ricerca di tetre più alte, oppure si erano spostati dove l’acqua era più profonda, e si salvarono. Ciò che furono in grado di fare, a differenza di persone più moderne e analitiche, fu mettere insieme tutti questi eventi insoliti e considerarli nella loro globalità, da una prospettiva eccezionalmente ampia, persino per gli standard orientali. Difatti, anche i marinai birmani si trovavano in mare quando giunse lo tsunami, ma non si salvarono.A un nomade del mare venne chiesto com’era possibile che i birmani, i quali conoscevano il mare, fossero morti tutti.L’uomo rispose: «Stavano pescando i calamari. Non guardavano nient’altro. Non videro nulla perché non guardavano nulla. Non sanno come guardare».” di N.D. da “Il cervello infinito” - Ponte delle Grazie
Un amico una volta mi ha detto qualcosa del tipo: “…è certo che se vuoi vederla una cosa la vedi (anche se non esiste)”…e io aggiungo: se una cosa non la vuoi proprio vedere non la vedi, neanche se ce l’hai davanti agli occhi…
Metsuke: fissare lo sguardo (dal glossario dell’Aikikai); parlare dello sguardo, di cosa e come vedere…più ci penso e più sembra una cosa difficile, una cosa che sembra, che dovrebbe essere innata, ma che allo stesso tempo viene facilmente deviata dalla cultura, dal nostro modo di vivere…insomma da cose inscindibili (anche se diversissime nella loro varietà e modificanbili) dalla condizione di essere vivente.
Guardare, percepire, interpretare (SAPER interpretare), sviluppare la propria sensibilità…
Il primo passo sembra quello di prendere coscienza di chi siamo, delle nostre potenzialità sensibili (si vede con gli occhi, con la pelle con le orecchie, col cuore con la testa…con tutti noi stessi).
Il secondo, imparare ad usare e a controllare questi sensi, dal punto di vista fisico (tanto per tornare alle tribù nomadi del mare (vivono ad al largo della costa ovest della Thailandia) che per poter avere una visione nitida sott’acqua riescono a controllare non solo la forma del cristallino, ma anche la dimensione della pupilla) e dal punto di vista dell’elaborazione mentale (come interpretiamo quello che “vediamo”? che peso gli diamo? lasciamo dello spazio per poter di volta in volta integrare la nostra interpretazione iniziale fino a renderla il più possibile vicina alla realtà o ci “fissiamo” sulla prima impressione?)…insomma, forse più che per avere il controllo si tratta di avere la consapevolezza di quello che facciamo e del peso culturale/psicologico che attribuiamo a quello che percepiamo.
Il terzo…bho…forse solo rimanere aperti a quello che ci circonda.
domenica 3 luglio 2011
26/06/2011
Sabato e domenica scorsi una parte del MU GEN è andata a Pitigliano per lo stage del maestro Anzellotti ed alcuni di noi, Francesco, Giacomo T., Filippo ed io abbiamo anche sostenuto l’esame.
Ecco, per me si trattava del primo esame sostenuto fuori sede e questa è stata già una novità…
…sostenere un esame con un insegnante esterno non è la stessa identica cosa che sostenerlo all’interno del proprio dojo…
Nel fare un esame da esterni da una parte si è facilitati, credo soprattutto dal punto di vista emotivo: sostenere un esame con una persona che conosci e che ti conosce è più impegnativo, mette più in ansia rispetto al farlo con qualcuno che non conosci, sì, insomma, non entrano in gioco fattori di tipo emotivo/affettivo...
Allo stesso tempo si possono presentare maggiori difficoltà, ad es. essendo l’aikido sostanzialmente libero nella forma, viene a volte richiesto di adeguarsi alla forma del maestro esaminatore, cosa per me non sempre facile ma che fortunatamente non è stata pretesa in maniera rigida.
Avevo assistito agli esami tenuti dal maestro Anzellotti nel giugno scorso e nell’ultimo marzo e la preoccupazione più grande era quella di… riuscire ad arrivare fino alla fine senza collassare :)
La tensione prima degli esami
5 ore e mezza di esame (12:00 – 17:30) per 26 esaminandi (circa)…
Il maestro prima di iniziare ci ha chiesto di salire sul tatami solo se veramente sicuri di voler dare l’esame, cioè solo se avevamo la voglia di metterci in gioco fino in fondo indipendentemente dall’esito dello stesso esame o del fatto che ci saremmo potuti/dovuti ritirare a metà perché magari non ci si sentiva bene, ci ha ricordato di essere sinceri verso noi stessi e verso i compagni di pratica.
Per fortuna, a parte qualche fischio nelle orecchie e un po’ di sudore freddo a un paio di ore dall’inizio, è andato tutto bene…sarà che in parte stavo attenta a percepire eventuali segni di svenimento (visto che con il caldo mi è successo qualche volta di andare giù), forse sarà stata la stanchezza, ma, pur trovandomi lì ho seguito con attenzione solo parte dell’esame: mi sono accorta di alcuni errori che ho fatto, ho seguito gli esami dei primi gradi ( 6° e 5° kyu) e la fine esame dei gradi alti, ma non sono riuscita a seguire tutto con attenzione… anche questa una lezione interessante (per certi versi più che mostrare quello che avevo imparato, detto semplicisticamente, l’esame è stato un ulteriore, particolare e interessante momento di studio)…
…in realtà con i compagni d’esame, Salvo, Fabrizio ( che a metà esame si è sentito male e si è ritirato) e Xxxxx si è stabilito un bel rapporto di sostegno reciproco e si è scherzato e anche riso fino alle ultime tecniche (..tanto che a ripensarci forse in alcuni casi sono/siamo stata/i anche un po’ indisciplinata/i ).
...a volte praticare con persone che normalmente si allenano con uno stile non del tutto uguale al tuo non è facile, ci si intreccia, ognuno da per scontato e “assoluto” il proprio modo e non ci si capisce, in questo caso non è stato così, nessuno ha rinunciato alla propria forma, ma lo abbiamo fatto riuscendo ad integrarci, costruendo qualcosa insieme…
…fino a prima dell’esame pensavo che alcune cose, esami compresi, era meglio affrontarle da soli, mi sono dovuta ricredere…
…è stato bello fare l’esame assieme a compagni “quotidiani” di pratica…
…è stato bello essere accompagnati da Gianfranco, Giacomo G. e Marco che sono venuti allo stage pur non dovendo fare l’esame e che si sono fermati (chi poteva e fino all’ora che poteva) ad aspettare la fine del nostro esame…
…è stato bello trovare Nicola in cima al tatami, venuto appositamente per gli esami…del resto l’esame era anche il suo, come maestro e se non ci fossero stati gli ultimi inconvenienti anche come praticante.
Alla ricerca del ristorante
…alla fine è stato spontaneo abbracciarsi e ringraziarsi, è capitato con molti, non è stato possibile con tutti e non con quelli che sento come importanti rispetto a questo percorso che ho intrapreso …
…a volte, per tanti motivi, le parole restano o devono restare in gola…ma le parole alla fine, parole sono…
… è stato un bell’esame anche se faticoso.
lunedì 20 giugno 2011
Come una pietra che rotola
«Si come il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà o nel freddo s’addiaccia, così lo ‘ngegno sanza esercizio si guasta.»
Leonardo da Vinci, Codice Atlantico 289
Sembra che nella società moderna le azioni di un individuo debbano necessariamente seguire cicli comportamentali ben definiti. Inoltre pare che questi cicli siano separati gli uni dagli altri una volta per tutte. Considerando la vita di un individuo da un punto di vista esterno, esaminando i periodi della sua esistenza età per età, che cosa si vede? Fase 1 e’ l’infanzia e l’adolescenza, contrassegnata da gioco e spensieratezza, poi arriva la gioventù, fase 2, impegnata con lo studiare e fare esperienza, quindi c’e’ la fase 3, la maturità, caratterizzata da produzione e lavoro, infine, la fase 4, contraddistinta dalla pensione e l’inattività.
Gli eventi non sempre seguono questo ritmo, questo è vero, ma si può facilmente convenire che questo modello di esistenza che scorre attraverso compartimenti stagni è sicuramente il più comune.
Un adulto improduttivo è considerato un puro ostacolo per il funzionamento del processo sociale, quello che vive da giovane, senza preoccupazioni, è fuori moda, un hippy che disturba la vista dei più a causa del suo esempio pericoloso e fuorviante.
Un giovane che sia riflessivo e moderato corre un serio pericolo di essere giudicato malato: se non è impegnato a sufficienza a tifare, ubriacarsi e a correre appresso alle gonnelle, i genitori prenderanno seriamente in considerazione l’idea di mandarlo dallo psicanalista.
E che cosa dovremmo dire della gente anziana? C’è una risposta da dare ad un pensionato in cerca di qualcosa da fare per godersi il tempo che gli rimane? Tutto ciò che gli viene destinato è un divano e una tv.
Vi è un potente veleno nascosto dentro di noi, pronto a entrare nel nostro sistema quando uno meno se lo aspetta, ed è l’atteggiamento di lasciar rotolare le cose da sole, di scivolare via sugli eventi like a rolling stone. Un po’ alla volta si arriva a considerare tutto ciò che accade come il risultato dell’azione di un potere superiore e intoccabile, completamente al di fuori del proprio controllo. Così un sacco di gente non vive, fa finta di vivere, di volta in volta situata nel contenitore designato, come rinchiusi in una scatola, per finire degnamente nell’ultimo contenitore, il bidone della spazzatura.
Non abbiate paura, non sto chiedendo di fare la rivoluzione. Ce ne sono state molte e tutte hanno ottenuto un bel nulla. Un legittimo desiderio sarebbe quello di avere la possibilità di passare attraverso tutte le fasi della vita, quelle ancora rimaste, almeno, con un atteggiamento nuovo. Affrontare, accettare e vivere la vita pienamente attraverso le varie diverse fasi di essa. Dare un inizio nuovo di zecca al proprio sviluppo personale umano e culturale.
Al fine di mantenere il trend attuale, la società moderna ha bisogno automi che passino la loro vita collocati nel giusto contenitore, ove saranno funzionali al sistema, per nutrire il quale essi sono stati generati, addestrati, spremuti e buttati via. Ognuno dovrebbe espropriare il sistema e diventare nuovamente il proprietario della propria mente, realizzando che lo stupido processo che fa sprecare l’intera esistenza senza dare nulla in cambio può essere fermato ora. Tutto ciò che si deve fare è rimettere mano da capo allo sviluppo personale e culturale, rimettersi in gioco adesso, non importa se universalmente tutti sono convinti che il tempo a vostra disposizione per questo sia terminato.
Nella parola Aikido, l’arte marziale giapponese nata dalle ceneri del Ju-Jitsu, gli ideogrammi Ai-ki-do significano percorso, via, sviluppo personale in azione, perenne, per tutta la vita. Non è un caso che nella società contemporanea l’Aikido è una delle discipline meno conosciute e popolari, mentre le attività con nessun altro scopo che non sia quello ricreativo vanno alla grande in tutto il mondo – anche gli schiavi hanno il diritto di divertirsi un po’, ma senza pensare troppo! Tra gli appassionati di Aikido, i clubs più popolari sono molto spesso quelli gestite da persone che hanno trasformato l’Aikido in una danza ricreativa e il luogo della pratica (dojo) in una sorta di sala da tè, ove si va a sudare un pochino ma non troppo, ci si fa una chiacchierata, ci si fa belli di fronte al boss, e poi via a casa, freschi e pronti per mettersi in riga di nuovo come se nulla fosse successo. Non vi è assolutamente alcuna differenza tra il praticare Arti Marziali con questo atteggiamento e stare a casa a guardare la tivù.
Le Arti marziali possono diventare una sorta di grimaldello per scardinare il sistema e buttarlo fuori, come primo passo, dal possesso del nostro pensiero e del suo sviluppo.
Copyright Simone Chierchini © 1988-2011
domenica 22 maggio 2011
Aikido...e non solo...
Probabilmente è capitato a tutti di trovare delle similitudini tra la pratica dell’aikido e quella di altre attività apparentemente lontane o semplicemente di ritrovare degli aspetti dell’aikido nell’ambito della vita di tutti i giorni.
Forse capita tanto spesso perché (nella mia esperienza) l’aikido è “banale”, nel senso che non fa altro che spingerci a conoscere noi stessi e ciò che ci circonda…insomma è un po’ come dire “la vita”, non puoi non ritrovarlo un po’ in ogni dove.
Una cosa che però mi ha incuriosito è la vicinanza che può essere riscontrata, sia a livello “filosofico”, che fisico, dell’aikido con una particolare attività: quella del treeclimbing.
Il treeclimbing non è altro che una tecnica di risalita sugli alberi mediante corde e la movimentazione all’interno della chioma per poter effettuare lavori di potatura, o in caso di piante gravemente malate o morte, di abbattimenti, senza l’uso di macchinari quali piattaforme aeree, che oltre a problemi di costi, presentano, peculiari problemi di ingombro (non possono arrivare ovunque), di inquinamento e costipamento del terreno. Si tratta comunque di una tecnica di arboricoltura in ambito cittadino o antropizzato, non in ambienti naturali come i boschi o le foreste.
“Arboriculture more than any other profession demands an equal amount of physical and mental work. This is a unique feature of arboriculture. Playing a musical instrument comes close to arboriculture in this way because playing an instrument demands a keen union of mind and muscle. And, again, like playing a musical instrument, arboriculture cannot be learned from a book. You must touch the instrument. You must touch the tree.”…e questa è l’arboricoltura.
Ecco alcuni degli aspetti che mi sembra vi siano in comune tra le due attività:
- l’uso del tatto è fondamentale, è alla base, non si può conoscere una pianta, e io aggiungo, o anche un animale o una persona senza toccarla…e se non conosci l’albero prima di salirci c’è poi il rischio che ti ammazzi;
- per mettersi in contatto con un albero si può e si deve usare tutto, tatto, vista, odorato, udito, solo le parole, forse, sono un di più;
- si tratta di uno specchio, non ci sono terzi che ti facciano sicura, è una prova sincera e “definitiva” tra te e l’albero, se non c’è unione non sali;
- non puoi mai dare niente per scontato, non arrivi mai a sapere o a saper fare alcunché in maniera definitiva, si tratta del rapporto tra due esseri viventi e perciò in continuo mutamento;
- l’albero non è una parete da scalare, è tondo, e circolare deve essere il movimento di chi vi sale, per trovare la via di salita bisogna sempre considerare tutto ciò che c’è a 360°;
- tutti i movimenti, sia quelli in salita che quelli in orizzontale nascono dal bacino: i piedi servono per contrasto, e non si può pensare di salire con la forza delle braccia, la risalita deve avvenire senza sforzo, in maniera rilassata;
- le corde devono essere sempre distese, in una sorta di “tensione” non rigida;
- per alcuni aspetti la biomeccanica dell’albero e quella dell’essere umano si somigliano.
Perché ho scritto questo?
Bho, in effetti non lo so…
...forse perché dopo tre anni e mezzo di aikido ho sentito muoversi per la prima volta il mio bacino sopra un albero…sì, insomma…l’aikido entra nella vita di tutti i giorni e viceversa o forse l’aikido ci fa porre solo maggiore attenzione a quello che facciamo quotidianamente(?!?).

