Mu Gen Dojo
martedì 8 maggio 2012
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Guardando la volta celeste si rinnova il senso di meraviglia ben espresso dalle parole di Kant sulla legge morale dentro di noi e sul cielo stellato sopra di noi ... Le due esperienze sono connesse...anche perché la nostra mente pensante è unita alla materia di quel cielo stellato molto più di quanto non appaia. Gli elementi che compongono l’universo sono gli stessi che si ritrovano nel sistema solare e sulla terra, e da essi si è originata la vita: vi è una profonda unità tra il cosmo e la terra in cui viviamo. In questa piccola parte di spazio, a partire da quegli elementi, si è sviluppata la vita, dalle forme più semplici fino a quelle più complesse, tutte strettamente apparentate...Tra la volta celeste e il nostro pensiero che la contempla e l’ammira vi è dunque un’unità profonda.
In quest’unità, anche la morte trova la sua collocazione. Per il biologo la morte è parte naturale della vita: è il destino di ogni essere vivente, che rientra così nel grande ciclo biologico dell’esistenza...Contrariamente a quanto molti ritengono, una visione immanente della vita non porta di per sé né al disprezzo per la vita in genere, né a quello per la vita umana in particolare e quindi alla sopraffazione degli altri esseri umani...Può anzi condurre a un’accettazione della propria esistenza come parte di un tutto che fluisce lungo un tempo trascendente ognuno di noi, accettazione dalla quale deriva un maggior senso di responsabilità nei confronti di quel piccolo pezzo di vita che si è espressa attraverso di noi...
S.B. da "Mille fili mi legano qui"
martedì 10 aprile 2012
Sabato in famiglia
In 28 sul tatami!
Oltre al maestro Anzellotti,
Alessio, Anna
Beatrice, Billy, Claudia,
Claudia Z., Elena, Ermanno,
Fabio, Fabio F.
Fabrizio, Fernando, Filippo,
Francesco, Giacomo, Giada,
Gianfranco, Giovanna, Graziano,
Jonathan, Mattia,
Nicola, Paolo,
Patrick, Pierpaolo,
Salvo e Valeria!
Le foto sono di Paolo Bartoccioni.
3 modi per praticare bene AiKiDo
Era scritto più o meno così (cito a memoria perché non ho ritrovato il numero in cui la massima era riportata):
“Ci sono 3 modi per “saper suonare” bene il flauto:
- il primo: quello in cui diciamo a tutti di essere i migliori.
- il secondo: quello in cui diciamo che tutti, a parte noi, suonano malissimo.
- e il terzo: quello in cui sappiamo suonare davvero bene il flauto…ma questo è difficile e faticoso e non lo fa quasi mai nessuno”
Buon keiko a tutti!
lunedì 2 aprile 2012
Keiko con Keiko (Wakabayashi)

…all’inizio forse colpiscono le unghie laccate di rosa antico, l’ombretto blu e la grande cura nel vestire, poi pian piano si scoprono la gentilezza, la simpatia e la tanta (ma proprio TANTA!!!!!) energia…
Chi ha letto qualche articolo su una maestra giapponese che insegna in Italia arti marziali ai Parà della Folgore, può capire di chi sto parlando: Keiko Wakabayashi Sensei, classe 1931!
Domenica 18 marzo, grazie a Stefania Feraboli insegnante di aikido al Mizu dojo di S.Sisto-Perugia è arrivata sul tatami la maestra Keiko Wakabayashi per un allenamento di ben sei ore, ripartite tra mattina e pomeriggio.
Da subito la maestra ci ha colpito per la cordialità e la capacità di entrare in contatto in modo familiare ed affettuoso con noi allievi: prima della lezione ci è venuta incontro chiedendo come ci chiamavamo e scrivendo il nostro nome in giapponese sulla cintura, durante le spiegazioni, quando abbiamo accennato a scendere in seiza per guardare, lei ci ha invitato a rialzarci dicendo (anche se le parole non sono esattamente le stesse) "no no, in piedi per favore, io no maestra, io amica...”.
Nella mattinata sono stati ripresi i concetti fondamentali dell’aikido: il respiro e il Ki, l’hosoku, e poi: camminare sull’avampiede (per chi conosce il maestro Tada stiamo parlando del punto A), fare presa sul tatami con le dita dei piedi, mantenere la schiena dritta e gli arti rilassati, mai in tensione, né gambe né braccia, ma sempre ben “morbidosi”, afferrare e stringere l’altro o il bokuto con mignolo ed anulare, tenere spalle e gomiti bassi, muoversi con ”anca-giro”, cioè far partire il movimento del corpo da quello delle anche, dall’hara; tutti concetti che ci sono stati spiegati, mostrati e che abbiamo potuto sperimentare ampiamente con lunghe serie di esercizi.
Le ore del pomeriggio sono state invece occupate tutte per lo studio del kumitachi col bokuto…e dopo tre ore di pratica la spada era divenuta un misto di estrema leggerezza e insieme di estrema pesantezza.E’ stato bello…se è vero che i concetti ripresi la mattina sono i “soliti”, basilari concetti dell’aikido, è altrettanto vero che difficilmente capita di vederli spiegati, uno dopo l’altro, con calma (e non en passant, come spesso succede) e in una maniera non solo familiare, ma anche pulita e attenta in cui è più facile vedere i propri errori e insieme scorgere la strada per provare a correggerli.
Nell’insieme lo stage è stato impegnativo dal punto di vista fisico, ma ciò non ha impedito di arrivare a fine seminario col sorriso per la bella esperienza, decisamente allegra, e con ammirazione per Wakabayashi Sensei.
Alla fine la maestra ci ha regalato due disegni fatti da lei ad inchiostro nero: nel primo c’è il bambù, che se anche si piega con la neve non si spezza e a primavera torna a rialzarsi, nel secondo un daruma, che cade e si rialza.
La giornata, ben organizzata dal Mizu dojo, ci ha permesso di pranzare tutti insieme, un momento conviviale in cui i discorsi con i ragazzi di Perugia si sono intrecciati con le parole e i racconti della maestra Wakabayashi.
…una bella esperienza da ricordare e da ripetere!
Beatrice e Francesco
martedì 17 gennaio 2012
Noi...il MuGen
Persone che si ritrovano insieme sul tatami 3 volte a settimana…c’è chi prepara le lezioni e insegna, c’è chi frequenta con costanza, c’è chi va tutti i mesi a Roma per rimanere aggiornato e poter essere anche allievo, c’è chi fa le foto, c’è chi a lezione da tutto se stesso per provare “tecniche e contro-tecniche” per guardare ogni azione da tutti i punti di vista, c’è chi mette a disposizione la propria casa per organizzare una serata in compagnia, c’è chi è felice di offrire qualcosa di proprio a tutti, c’è chi organizza le serate dopo allenamento, c’è chi viene ogni volta che può, c’è chi prende la macchina quando si va in gruppo a qualche stage…
E a proposito di qualche recente chiacchierata riguardo alla parola “maestro”, questo è quello che penso, spiegato attraverso le parole di due insegnati (anche se non di aikido):
- la parola maestro: ““Maestro” deriva, infatti, dal latino “magister” (da magis, di più)… Il maestro è, dunque, colui che guida, spiana il cammino; un compito delicato il suo, caratterizzato dalla piena condivisione di ciò che insegna. Il vero maestro, infatti, è colui che dapprima cerca di migliorare se stesso e poi indirizza il proprio intervento sugli altri. La storia della pedagogia ci insegna che i veri maestri sono coloro che sanno instaurare un rapporto relazionale significativo con l’alunno e rappresentano per lui un valido modello di riferimento. Per essere maestri occorre, quindi, avere un ideale di vita e, attraverso l’insegnamento e l’esempio, produrre nell’alunno il desiderio di condividerlo. Perché nessun maestro può imporre, ma nel rispetto della libertà individuale, deve solo condurre per mano l’allievo sui sentieri della vita, indirizzare e non coercizzare, condividere e non imporre.” A.D.
- la parola insegnare: “Insegnare non significa fornire informazioni. Vuol dire avere un rapporto intellettuale onesto con i propri allievi (...), la capacità di essere autentici. E, se non si è in grado di essere autentici, non si ha diritto di disturbare dei ragazzini innocenti con la propria incapacità. Il punto non è rendere interessante la matematica, poiché la matematica è un'arte e come tale è interessante…Del resto, se la materia che si insegna non dà i brividi, non dà emozioni come si può pretendere di trasmetterla?” P.L.
Grazie a tutti!
giovedì 29 dicembre 2011
...a volte tornano!
Persone che seguono la propria strada, la propria vita e che anche se rimangono fisicamente e/o mentalmente lontane, restano sempre legate da un filo di esperienze comuni.…o più semplicemente “a volte ritornano”…
Mercoledì 21, al Mu Gen di Bastia c’è stato un allenamento particolare grazie alle persone che alle 20:00 sono salite sul tatami.
Vecchi e nuovi praticanti del Mu Gen si sono ritrovati a praticare assieme legati proprio dall’aikido e dall’aver praticato in un passato più o meno recente ad uno stesso dojo.
Per alcuni è stato un vero tuffo nel passato e l’occasione di rivedere vecchi amici non solo per parlare e passare una bella serata insieme, ma per ritrovarsi nella pratica, per altri, i più giovani del dojo, un’esperienza per confrontarsi con tanti altri praticanti, come normalmente non è facile fare.
Da parte mia posso dire che non erano molti i ragazzi che conoscevo e non sono riuscita a praticare con tutti i nuovi/vecchi, ma due sono le cose che posso riportare con un sorriso: la prima è l’impressione che in un dojo pieno (non affollato, ma comunque pieno) si pratichi meglio che in un dojo con meno persone, la seconda è che ho rivisto la mia prima insegnate di aikido, Chiara…in realtà ho fatto pochissime lezioni con lei, ma…come si dice…la prima volta non si scorda mai…e io ricordo benissimo le tecniche proposte nella serata, lo svolgimento della lezione e le chiacchiere negli spogliatoi di quella lezione di aikido del 12/09/2007.

Dopo l’allenamento la serata è continuata molto piacevolmente in pizzeria, su una tavola personalizzata dai segnaposto natalizi con firma Mu Gen (!) fino ad arrivare alla degustazione di una delle tante tipologie di vodka polacche che da un anno a questa parte accompagnano tutti i nostri incontri a sfondo“gastronomico”.
I commenti raccolti sull’iniziativa sono stati entusiastici, sia da parte dei vecchi sia da parte dei nuovi praticanti, tanto che si sta già pensando all’organizzazione di un altro allenamento comune.
Insomma, grazie a chi ha organizzato, a tutti i livelli, l’incontro di mercoledì e grazie a chi ha praticato, rendendo nei fatti possibile lo svolgimento dell’allenamento in maniera ottimale e piacevole la serata insieme: lo Yeti (Alessandro), Anna, Chiara, Ermanno, Fabio, Federico, Filippo, Francesco, Giacomo, Gianfranco, Giorgio, Jacopo, Massimiliano, Massimo, Michelangelo, Nicola, Paolo, Patrick, Pierpaolo, Riccardo e Valentina.
In attesa del prossimo incontro, un saluto a tutti quelli che non sono potuti venire per motivi di salute, di lavoro o per impegni familiari.
Arrivederci alla prossima!
martedì 6 dicembre 2011
PITIGLIANO 3 e 4 dicembre.
C’è una prima volta per tutto e il 3 e il 4 dicembre per me hanno rappresentato la prima volta di uno stage con la maestra Donatella Lagorio.
E’ stata una bella esperienza e avendo seguito finora lezioni tenute solamente da maestri uomini…bhe’…le donne sono diverse (non dico migliori, ma diverse)…
….anni fa ho sentito un tizio che diceva “è bellissimo quando si vedono delle donne arrampicare, generalmente riescono meglio degli uomini, perché, avendo meno forza muscolare nelle braccia utilizzano meglio quello che serve veramente nell’arrampicata: testa e gambe; sono più precise, si muovono quasi come farfalle”…
…ecco…lo stage è stato un po’ così, un misto di energia, grande precisione, chiarezza nelle spiegazioni, entusiasmo e leggerezza per due lezioni di oltre tre ore ciascuna scorse in maniera piacevole e veloce.
Di cose su cui riflettere o di momenti piacevoli e di studio ce ne sono stati tanti, riporto qua solo alcuni dei concetti e delle frasi che mi sono rimasti impressi (tralasciando tra l’altro di raccontare tutto ciò che ha reso piacevole lo stage al di là delle lezioni, in primis l’accoglienza di Elena, maestra al dojo di Pitigliano)…*
- A volte capita di sentire tra praticanti, o di leggere su qualche articolo, che la pratica dell’aikido serve anche ad imparare a sopportare il dolore, come se piccole dosi di indolenzimento “quotidiano” potessero poi vaccinare nei confronti di una allenamento impegnativo fisicamente e potessero aiutare alla sopportazione del dolore. E questo è un concetto che troppo spesso viene equivocato. …la maestra Lagorio ci ha ricordato che quando non ascoltiamo il nostro corpo, prima o poi questo “si ribellerà” facendoci pagare il conto con tutti gli interessi, e che quindi spesso e volentieri farsi male e sopportare il dolore non ha alcun senso se non quello di non capire e rispettare il proprio corpo: non risparmiarsi nella pratica non significa quindi sfociare nel masochismo. Anzi, probabilmente praticare aikido significa anche sapersi fermare quando necessario, rallentare anche quando il nostro entusiasmo o senso del dovere ci vorrebbero far proseguire, capire ed accettare il momento presente, anche quando è fatto di qualcosa che non ci piace (farsi male e starsene a riposo per il tempo necessario). Chi critica il fatto che “fa bene sopportare il dolore”, spesso lo fa dicendo che la sopportazione va a discapito della propria sensibilità. Nella mia (fortunatamente) piccola esperienza ho sperimentato invece che se mi faccio male e sopporto dolore, non imparo a reggere meglio la sofferenza fisica anzi, mi sensibilizzerò sempre più abbassando la mia soglia di sopportazione tanto da avere poi paura di provare nuovamente dolore da non voler più nemmeno rischiare. …quindi: praticare con costanza dando tutto quello che si può alla pratica con gli altri e imparare a conoscersi ma anche a fermarsi, in caso di necessità…tanto, che senso ha affannarsi per una pratica che va gustata come una bottiglia d’acqua d’estate: bella e “vitale”, ma che tanto “non scappa via”, fra 10, 20 o 30 anni ne avrò comunque bisogno…perché berla tutta insieme???? …e comunque le conseguenze della sopportazione del dolore non sono sempre positive: danni fisici, diminuzione della propria sensibilità o nascita/rafforzamento di paure.
- Altro punto: in aikido si fanno sempre le stesse cose, possono passare 50 anni di pratica facendo sempre le stesse cose e senza mai annoiarsi: questa è una delle cose che più mi hanno affascinato di questa disciplina, sempre uguale e sempre diverso…e per questo senza una fine J…fai sempre le stesse cose, ma ogni volta con una capacità, una conoscenza di se stessi ed una consapevolezza sempre diverse: quasi un metodo, non solo una disciplina. E probabilmente quando si riesce a sentire l’aikido, poi rimane qualcosa dentro che esce fuori in un momento di riflessione, durante una cosa bella o una brutta, durante un movimento, anche al di fuori del tatami.
... “quando stiamo bene, a partire dalla posizione in seiza iniziale, dalla schiena dritta e dalla respirazione, lì inizia il dojo”...
...“a volte vedendo alcuni video la gente dice “si sono messi d’accordo” e questo è un complimento, perchè magari ci sono voluti 20 anni per mettersi d’accordo perchè non si tratta di una farsa”...
* Preciso di non riportare fedelmente le parole della maestra Lagorio, ma quanto ricordo dallo stage assieme a mie riflessioni.
